sabato 27 giugno 2009

QUANDO L'IRAN ERA PERSIANO

Ho bisogno d'un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell'inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall'onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda,come lampadario,
il Cero dell'Eternità,entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e,quando,dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell'oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!
(Il fuoco dell'amore divino, Gialal Al-Din Rumi)
La fonte e la traduzione del testo sono attinte dal sito www.sufi.it

SMARRIRSI IN GIARDINO

Lieve come la neve e i paradossi, così inizia Il giardiniere smarrito. Esce per la collana dei Quaderni d’Ontignano che prende nome da un luogo reale, ma senza più identità agricola né contadini. Un posto di campagna, trasformato in residenza per ex cittadini. Il giardiniere anzi, pur avendo una tata di nome Elsa, non esiste: si chiama Andrea Borenstein; è ebreo, è dotato della straordinaria capacità di viaggiare, ed errante appare fin dal primo capitolo, mentre lascia impronte in un candido paesaggio della Transilvania. Il libro, scritto da Oliva di Collobiano, usa, quindi, la neve che muta i contorni alle cose, il felice nomadismo di un personaggio inventato e la commozione di un aggettivo per smarrire anche il lettore. Qualcosa che l’autrice considera utile, prossimo nel doppio significato fisico e spirituale all’altro verbo a cui si fa implicitamente riferimento: l’errare. Sembrerebbe impossibile che un giardiniere come un capostazione possa smarrirsi. Farebbe parte, nell’immaginario, di quelle persone radicate e radicali, che riversano il mondo entro mappe certe. Invece, questo giardiniere che ha il genio di una tranquilla irrequietezza vive l’avventura, affidandosi non alla fantasia, ma all’osservazione. In un punto, viene anche specificato che si annoia. Gli succede, perché ciò fa parte del rischio di chi guarda in continuazione. A furia di guardare ciò che si vede, Borenstein comincia a mutare la propria percezione del bello, a capire come si formi naturalmente la bellezza. Scopre, a volte fornendo esempi a volte solo accennando, che il giardino non è un luogo chiuso, esiliato dal paesaggio. E che solo facendone parte è in grado di procurarci il piacere di abbandonarsi alla vista. Il giardino, allora, non inizia e finisce, è un’opera aperta, rispetto a se stesso e a quello che lo circonda. Esprime contemporaneamente la doppia tenacia dell’uomo e della natura. Se desiderato in tale modo il giardino finirebbe, forse, per coincidere con l’Eden che fu.
Ninfa e villa Maser
Nei primi appunti di Borenstein emergono alcune visioni che precedono i concetti stessi. Una riguarda il bordo. Nella campagna lavorata con i trattori, inghiottiti i sentieri, resta il bordo, «la coltre di terra, omogenea che assorbe e trattiene come un manto i riflessi del giorno, della notte e, là in fondo, del cielo», appena un piega che increspa la superficie silenziosa dei campi. È un segno che distingue senza tagliare. Nel giardino di Ninfa, a sud di Roma, invece, sono proprio le mura antiche che lo circondano a incastonare il verde straripante, alimentato da una gelida vena d’acqua, sullo sfondo della «montagna aspra e arida, alta». Una relazione tutta giocata sul contrasto di forze, di volontà. Altrove, il giardino di villa Maser, vicino a Treviso, mette in scena le giuste proporzioni di forme e affetti, la convivialità, l’amicizia tra persone, il rapporto mediato con la campagna. E gli stessi dei, abbondantemente ritratti, segnano sia la proprietà sia l’umanità del luogo. Per Borenstein è l’occasione di formulare uno dei suoi aforismi: «Ecco cosa è il giardino: un pezzo di terra segnato dall’uomo, e quando l’appropriazione riesce e gli anni la rafforzano crea sintonia con la Natura». Lungo e sempre nuovo è il viaggio del giardiniere smarrito, ma ci sono quattro descrizioni che messe in sequenza restituiscono con precisione lo scopo del suo vagare: l’impressione di casualità, di disordine che contraddistingue il giardino del Topkapi e la sua città, Istanbul, dove, alla fine, s’insinua la certezza che ciò che è casuale può essere ricercato, rimandando in questo caso ad altre stanze del destino, ai recessi fioriti dell’harem. Altrettanto in Anatolia, quando si manifesta agli occhi del viaggiatore la matrice ittita del paesaggio, questo serpeggiare di boschetti, coltivazioni e alberi da frutto, nascosti in un labirinto di vallette e pinnacoli di roccia. «Giardini indefiniti», li chiama, cogliendo la presenza di antiche divinità legate al ciclo vegetativo. E ancora, contemplando l’ossatura di muri a secco e lastre di pietre infitte nel terreno che fanno da sinopia alle colline della Scozia. Collegando la loro linea grigia, astratta, bidimensionale, ai dettagli fisici delle icone bizantine, dei quadri di pittori senesi e giotteschi, in cui l’alterità dell’ambiente segue un alfabeto sacro quanto i visi e le vesti dei santi. Qui, Borenstein innalza una lode alle «recinzioni e muretti che siano di pietra, di legno o di arbusti, di fascine, di canne e foglie seccate di palma» e aggiunge che la comunione tra opere, ruderi e natura forma «giardini nuovi» e che bisogna «riconoscere certi luoghi come giardini».
Selinunte: un’epifania
Infine, come un’epifania, sorgono allo sguardo del giardiniere e del lettore le rovine di Selinunte, un nostro, occidentale zen. Epifania è intuizione, il punto d’arrivo del meditare. Cosa dice il caos di colonne e architravi abbattuti dalla violenza dei terremoti? La vanità della storia, certo, ma anche e più preziosa la scelta di non restaurare, lasciando che per osmosi le rovine tornino alla pietra che le ha generate, al magma sotterraneo. Al mare africano, al tappeto di fiori e di stelle il compito di riconciliare spazio e tempo, di rigenerare quotidianamente l’idea di giardino. Il segreto dell’equilibrio sta in un unico elemento d’appoggio: la duna di sabbia, eretta su progetto di Pietro Porcinai che piega il suo braccio sul lato nord-est. Sabbia a fare da quinta, dando profondità al cielo e un bordo al vagabondare della mente.
La recensione è di Nicola Dal Falco
(Il giardiniere, di Olivia di Collobiano, Libreria editrice fiorentina, 2008)

martedì 19 maggio 2009

BANGLADESH. INFERNO DI DELIZIE

Ripreso il mare, dopo quarantatre giorni di navigazione raggiungemmo il Bengala, un vasto paese dove si produce tantissimo riso... e anche molto brumoso: quelli del Khorasan lo chiamano Dozakh-i pur ni'ma, che (in persiano) significa "inferno pieno di delizie".
Così Ibn Battuta nel 1328 racconta al Ibn Juzayy, per espresso desiderio del sultano del Marocco, a proposito del Bengala.
Il Bengala non è il Bangladesh, il primo è una regione geografica, il secondo uno stato. Ma Stefania Ragusa sceglie a ragione la definizione di Ibn Battuta, il Marco Polo arabo, per descrivere questo stato del subcontinente indiano, indipendente solo dal 1971 (il suo ingresso nell'Onu è del 1974).
La sua superficie è metà di quella italiana, la sua popolazione più di due volte tanto, secondo i dati dell'Onu (ma, ben si sa, i dati anagrafici in paesi come questi sono stime e il grado di approssimazione è normalmente sotto stimato).
Da quanto racconta l'autrice, il Bangladesh, ancora estraneo alle rotte turistiche, è un paese ricco di contrasti, molto lontano dalla nostra realtà, anche se tante sono le persone che, provenendo da lì, lavorano in Italia e più in generale in Europa e molte sono le aziende occidentali che dislocano parte o tutta la produzione in Bangladesh.
Stefania Ragusa affronta il primo viaggio in Bangladesh su mandato di Glamour, il giornale per cui lavora, per seguire una troupe di medici di Progetto Sorriso nel Mondo. Poi torna altre volte perché il Bangladesh esercita su alcune persone un'attrazione sinuosa e fatale.
Bangladesh. Inferno di delizie non è racconto di viaggio, o meglio non è solo questo. E' molto di più: è amore per un paese e per le sue genti (oltre ai Bengalesi, ci sono i migranti Binari e diversi gruppi tribali di varia consistenza), è denuncia di realtà assolutamente sconosciute al mondo occidentale, è testimonianza di convivenza di etnie diverse e religioni diverse, di tradizioni antiche e voglia di cambiamento, di donne che lottano per avere un ruolo nella società, è storia di bambini a cui ritorna il sorriso, è storia di incontri, è grido di paura per le catastrofi ecologiche che si continuano ad ignorare.
E' ricco il Bangladesh di Stefania Ragusa: le 185 pagine del libro (edizioni Vallecchi nella collana Off the road) dicono molto di più di quanto non sia scritto.
E' un libro da leggere, oltre che perché documentato, serio e affascinante, anche perché sostiene Progetto Sorriso nel Mondo (www.progettosorrisonelmondo.org), un'associazione internazionale onlus per il trattamento e la cura delle malformazioni e deformità cranio facciali nei paesi in via di sviluppo, attiva in Bangladesh, Burundi, Congo e Guatemala.
(Bangladesh. Inferno di delizie, di Stefania Ragusa, Vallecchi 2008)

venerdì 15 maggio 2009

ANATUF CHE DIVENTERA' UN UOMO BLU


Un libro che racconta di sabbia, di dromedari, di venti e di uomini.
Illustrazioni che hanno il colore caldo della sabbia e il blu del cielo. Parole che descrivono ciò che un bimbo, il piccolo Anatuf, vede seguendo il padre nel deserto africano. Proverbi e detti tradizionali, che traducono l'antica saggezza dei Tuareg.
Il volumetto è pubblicato da Edt nella collana Paesi e popoli del mondo (premio Andersen 2008 come miglior collana di divulgazione): si viaggia in compagnia di Atanuf e si impara la vita del nomade e l'essenza della sua libertà.
Non abbiamo storia, perché i nostri padri l'hanno scritta sulla sabbia e il vento l'ha portata via. Il deserto sembra eterno a colui che lo abita e offre questa eternità all'uomo che saprà essergli fedele. Dio creò il deserto affinché gli uomini vi potessero crescere la loro anima. L'amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non si rifà senza posa.
( Anatuf e gli uomini blu, di Sofia Gallo il testo, di Dalila Mebarki i proverbi e i detti, di Marco Paci le illustrazioni, Edt 2009)

venerdì 8 maggio 2009

GEOGRAFIA SACRA

Al di là del valore documentario, delle ipotesi pro o contro una tesi archeologica, di questo o quel racconto venato di miti, il significato di Geografia Sacra, il libro di Giovanni Feo, sta nella ricerca del paesaggio. Impresa che necessita di due elementi: un territorio e un orecchio affinato per captarne la voce.
Dietro il sipario, prima che la scena si illumini, è generalmente il suono ad offrire in anticipo il tema, a predisporre lo spettatore di fronte alla storia. Ed è sempre un racconto, l’ordine scelto per concatenare indizi e ricordi, la persistenza e la seduzione di un nuovo punto di partenza, a metterci sulla via.
Oltre i cambiamenti, i pensieri e le azioni che un territorio comanda o subisce nel corso dei secoli, spesso rimane qualcosa di remoto che, in sé e per sé, prima dell’evidenza di un rudere, risuoni in chi ha voglia di ascoltarne l’eco. È probabile che ciò avvenga quando la mente si allinea al corpo e il sapere alla percezione del passato, quando le cose intorno iniziano a parlare un altro linguaggio.
Forse, si tratta, innanzitutto, di uno stato d’animo, l’aver smosso un velo sulla natura.
Anche se molto resta ancora da dimostrare con la pallida ed esigente precisione della scienza, è iniziato un processo di arricchimento del mondo circostante, una lievitazione di significati: il territorio si è trasformato in paesaggio, in corpo visibile. Ed appena appare una forma ecco che tende ad affiorare il suo messaggio.

Dal territorio al paesaggio
Di questo scrive Giovanni Feo, di una geografia sacra, ma sarebbe più giusto dire consacrata, che potrebbe riappropriarsi di tutti i segni che altri uomini vi opposero per capire qualcosa della scena che si svolgeva contemporaneamente dentro e fuori di sé.
Se, in questo caso, è la valle del fiume Fiora o la localizzazione del Fanum Voltumnae, il bosco sacro dedicato alla dea Voltumna, centro del centro della nazione etrusca, piuttosto che gli osservatori celesti di quei popoli del mare che hanno risalito le vie d’acque verso l’interno, in un altro contesto di tempo e di spazio potrebbe trattarsi del proprio quartiere e dello sterile intreccio di un sistema stradale. In ogni caso, è lì, nell’immediato fuori, che ci si può perdere nei due sensi possibili: dell’assenza o di una possibile visione.
Allora, se quel poggio collima con la sella che interrompe la linea dei monti, se il lago contiene un seme d’isola, se dei massi affioranti, uniformemente incisi, si allineano su certe direttrici, forse il territorio annuncia il tema natale di un paesaggio. La proiezione ortogonale di una qualche domanda.
Questo ci indica la ricerca di Feo e seguendone i passi si incontrano alcuni luoghi mirabili. Fra i molti, quelli che forse destano maggiore curiosità, sono due: Poggio
Rota coronato da un gruppo di megaliti, lungo la valle del Fiora, e l’isola Bisentina, nel lago di Bolsena, punta del compasso, da cui misurare e suddividere un’intera regione.

Genti venute da oriente
Dal punto di vista storico ci muoviamo in un arco di tempo che va dalla fine del neolitico all’età del rame (tra il 4.000 e 2.000 a.c.) quando in un’area compresa nelle attuali provincie di Grosseto e di Viterbo, cominciò a diffondersi la metallurgia, favorita dalla presenza di minerali e dall’arrivo di popolazioni, originarie dell’area egeo-anatolica. La cultura che vi si insedia è detta di Rinaldone dal nome di una località del viterbese.
La svolta che interessa l’autore avviene in quella fase della storia umana in cui lo sforzo più impressionante si concentrò nella realizzazione di complesse opere megalitiche che traducono conoscenze non comuni, legate all’osservazione celeste, essenziali per chi si metteva in mare alla volta di nuove terre.
Una di queste è stata riconosciuta tra la vegetazione di Poggio Rota grazie ad una semplice informazione, avuta mentre Feo girovagava sul monte Tellere, vicino a Pitigliano. Stava osservando i segni che ricoprono molti dei massi affioranti, allorché il proprietario del fondo, gli ha chiesto cosa facesse. Ottenuta una risposta soddisfacente, l’uomo replicò che ne conosceva anche un altro di posto interessante.

Dieci pietre in cima al poggio
E grande è stata la sorpresa dell’autore che si è ritrovato, di lì a poco, di fronte ad una struttura formata da dieci pietre che affiorano sulla sommità del poggio. Cinque di esse, alte tre metri, formano un cerchio più interno e le altre, più basse di circa la metà, sono leggermente spostate verso l’esterno. Tutte presentano fori circolari e nicchie più o meno accentuate, come se ne vedono sulle rocce lungo le pendici del monte Tellere.
Un tempo, si trattava, di un unico sperone di tufo che è stato scavato al centro e sezionato con dei tagli verticali che permettono di inquadrare alcuni punti dell’orizzonte.
Fino ad oggi, è stato possibile accertare che il complesso non ha origini naturali e che, quindi, il suo aspetto si deve alla mano dell’uomo, ma soprattutto che si trova esattamente lungo la linea solstiziale.
«Ponendosi al centro della struttura – scrive Giovanni Feo – si ha di fronte un megalite appuntito che guarda verso nord-ovest. Il 21 giugno, data del solstizio estivo, al
momento del tramonto l’astro di luce scende perpendicolarmente sul megalite a punta, per un attimo si posa sulla cima del masso, poi cala dietro di questo e, infine, tramonta oltre la sella tra le due vette del monte Nero che si stagliano all’orizzonte».
Per accostarsi a un simile monumento e ritrovare, al di là del colpo d’occhio, un po’ del fervore dei suoi costruttori, basta ricordare che, nel V millennio avanti cristo, l’universo religioso era presumibilmente dominato da due entità opposte, femminile e maschile, terra e cielo, dalla cui interazione scaturiva e si perpetuava il dramma della vita.
Di questo dramma, la contrapposizione tra giorno e notte appariva come la manifestazione più eclatante e pervasiva. Come sottolinea Feo, la morte apparente del sole, la sua caduta in braccio alla notte, era vissuta con inspiegabile ansia. Così, la sua ricomparsa, all’altro capo dell’orizzonte, veniva salutata con pari sollievo. Quando il fenomeno fu collegato ad un’idea di alternanza, crebbe il desiderio di fissarne i termini temporali. L’architettura sacra, nelle sue forme più remote, deve a questa attesa, a questa domanda, la sua imponente ragion d’essere.

La scoperta del centro?
Dalla cultura di Rinaldone a cui Feo fa risalire i megaliti di Poggio Rota e gli altri siti che punteggiano la valle del Fiora, discende per sovrapposizioni e nuovi flussi migratori la civiltà etrusca. L’autore vi legge una sostanziale continuità di prospettive spirituali, condensate in una scienza sacra – la geomanzia – dove si intrecciavano spirito di osservazione e afflato religioso. Collegando tra loro siti e scoperte, arriva a precisarsi una mappa allargata su cui applicare l’antico principio della quadripartizione dello spazio che presuppone un punto mediano. Quel punto è l’omphalos, l’ombelico da cui scaturisce come una sorgente l’ordine invisibile del mondo e in corrispondenza del quale si erge l’axis mundi, punto di contatto e di ancoraggio tra l’alto e il basso.
Le sue tracce sono posate tra i cinque e gli otto metri di profondità sul fondo del lago di Bolsena, evidenziate da un tumulo a forma ellittica lungo ottanta metri e largo sessanta, visto e descritto, insieme ad altri tre, tutti alla stessa distanza dalla riva, durante le immersioni dell’archeologo Alessandro Fioravanti. L’area, ricoperta dal lago in tempi preistorici, insieme a molte rocce tempestate di coppelle, aveva il suo culmine in un luogo tuttora visibile: il monte Tabor.
Il fatto che il monte corrisponda al punto più alto dell’isola Bisentina, sul lato settentrionale del lago di Bolsena, rende la percezione del tutto ancora più netta.
Qui, inoltre, proprio in cima al rilievo che domina l’isola si apre un pozzo di venticinque metri che raggiunge un’ampia camera circolare, scandita da sedute e collegata a sua volta da un corridoio di quarantacinque metri.
Secondo Feo, l’intera area, già consacrata nei secoli precedenti, fu scelta anche come santuario della confederazione etrusca, luogo del Fanum Voltumnae, il bosco della dea Urcla, patrona della terra e delle acque, latinizzata in Voltumna (Fortuna). Alle quattro regioni che facevano capo all’omphalos, corrispondevano dodici lucumonie e altrettante città. Bolsena, quindi, e non Orvieto, come si è spesso detto nonostante alcuni importanti dettagli ricordati dalle fonti antiche e, soprattutto, malgrado le scoperte intorno e sotto il lago, avrebbe ereditato da un passato più remoto la sua funzione di centro.
Un’ultima nota riguarda il presente, un presente con lunghe radici. Ancora oggi, a Valentano, tra due laghi, quello di Bolsena e il piccolo occhio del cratere di Mezzano, si svolge un rito che sembra corrispondere ad antichi modelli. Ma sentiamo le parole di Feo: «All’alba del 14 agosto, giorno che precede i festeggiamenti per l’assunzione di Maria, un gruppo di persone si incontra in un campo che, da sotto il paese, si distende per quattro chilometri in direzione di una piccola e isolata collina. Due bianchi bovini aggiogati iniziano a tracciare il solco con un vecchio aratro…».
Il lavoro inizia al sorgere del sole e tutta la tensione dei partecipanti è concentrata nel mantenere il solco perpendicolare in modo che sia inondato dai raggi. La cura estrema sta , poi, nell’evitare che qualche zolla ricada all’interno. Che la luce impregni di sé il grembo della terra appare ancora più evidente appena si fa notte. Allora, nel solco diritto vengono accesi decine di lumini. Si compie così una ierogamia tra cielo e terra. Quel primo solco, rivissuto, avrebbe fatto schizzare nel mondo un bambino divino, quel Tagete etrusco, dotato di parola profetica e di una primeva sapienza agricola.

( Geografia sacra di Giovanni Feo, edizioni Stampa Alternativa /Nuovi Equilibri, 2006)_ Autore della recensione è Nicola Dal Falco

venerdì 24 aprile 2009

UNA POESIA DI KOLLERITSCH

Ho forse tradito la promessa,
regalato ingenuamente
la speranza,
di catturare la luce con il laccio,
l'inizio dell'apparizione,
dei due occhi?
(Nessuna domanda, in Paralleli consolatori di Alfred Kolleritsch,
Passigli 2009, traduzione di Beatrice Donin)

mercoledì 8 aprile 2009

LA NATURA DI CRISTINA GRANDE, INFEDELE SOLO UN PO'

E' da poco in libreria Natura infedele di Cristina Grande. Una storia fatta di frammenti, la vita di una famiglia di Saragozza nella seconda metà del secolo scorso. Immagini che mi ritornano in mente come già vissute o già viste in un altrove meno esotico della Spagna. Legami personali e ambienti già vissuti, non direttamente forse ma attraverso i racconti delle generazioni precedenti alla mia.
Renata racconta in prima persona: racconta di sè, della sorella gemella, tanto diversa da lei, della mamma e del padre. Riferisce le storie dei nonni, dei genitori, della sorella Maria e soprattutto le sue. La sensazione è strana: sembra che Renata apra una vecchia scatola in cui sono racchiuse le foto di famiglia (immagino in bianco e nero le più vecchie, a colori le più recenti, con quei colori un po' appannati quasi sbiaditi che ho incontrato tante volte negli album dei miei). Sembra che le prenda a caso, una ad una, senza seguire un ordine cronologico, e componga la sua vita per un estraneo osservatore taciturno. Non sparpaglia le foto su un tavolo, non c'è una scaletta per la narrazione.
E forse ancora più curioso è il fatto che non sia evidente un trasporto nel raccontare, un coinvolgimento che susciti un qualsiasi sentimento. Una lettura fredda, attraverso le tessere di un mosaico andato in frantumi. Forse non ci sono nemmeno tutti i pezzi. Forse è Cristina, l'autrice, che vuole ricomporre la sua vita. Per rivederla, lucidamente, dall'esterno, per trovare un qualcosa di sè che le è sfuggito.
Non so se il racconto sia autobiografico. Forse no, anche se gli spazi nei quali si muove Renata sono gli stessi in cui ha vissuto la Grande. Se lo fosse, metterebbe a nudo una ricerca personale, un'autoanalisi raccontata non solo all'analista (l'ipotetico ascoltatore muto) ma ad un pubblico invisibile, un pubblico fisicamente assente ma psicologicamente attento. Se non lo fosse... la mia ammirazione per la Grande sarebbe ancora maggiore: un modo di raccontare emozionante senza dimostrare emozione.
Cristina Grande ha pubblicato in Spagna due raccolte di racconti (La novia parapente, del 2002, e Direcciòn noche, del 2006). Altri suoi lavori appaiono in diverse antologie, accanto ai nomi di Peter Handke, Cees Nooteboom, Enrique Vila-Matas e molti altri.
Cristina Grande ha studiato cinematografia. Cristina Grande è una fotografa. L'angolatura per osservare lo scorrere della vita è particolare, sia nello scatto che nel racconto, che risulta quasi una dettagliata didascalia. Cristina Grande guarda alla donna, osserva, studia l'inquadratura.
Natura infedele è il primo libro pubblicato in Italia. L'editore è Marcos y Marcos, che ancora una volta, riesce a scoprire un talento nuovo.
Meravigliosa anche la copertina di Lorenzo Lanzi: delicata, una farfalla indossa un colore per apparire (un rosso morbido), per non passare inosservata, anche se per un tempo breve, brevissimo.
(Natura infedele, di Cristina Grande, traduzione di Barbara Bertoni, Marcos y Marcos 2009)

giovedì 26 febbraio 2009

LE DONNE SPOSATE DI CIPRO

Le donne sposate tessono le fila del proprio nero destino
come accorate Cassandre
e se anche sapessero tutto ciò che è stato scritto
leggerebbero pur sempre lo stesso romanzo
sperando che la fine della storia questa volta possa cambiare,
ma sono loro, non il libro,
che cambiano con lo sforzo di cambiare


Mehmet Yashin è cipriota, di lingua turca. E' un poeta, oltre che saggista e romanziere. I versi, che ho scelto, sono raccolti in una deliziosa antologia curata e tradotta da Rosita D'Amora, appena pubblicata da Argo.